Abodi sul caso scommesse: “Chi ha scommesso resti fuori dalla Nazionale. La maglia azzurra richiede anche integrità morale”

Il ministro Abodi: “La maglia azzurra è per i migliori, non solo sul campo ma anche nella vita. Non è una punizione, ma una questione di responsabilità”
È corretto convocare in Nazionale giocatori coinvolti nell’inchiesta sulle scommesse? La posizione del ministro per lo Sport, Andrea Abodi, pur non essendo un verdetto definitivo – vista la presenza di calciatori ancora formalmente indagati – lascia poco spazio ai dubbi. Due nomi importanti, come Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono già stati squalificati per aver violato le regole, ma la riflessione si allarga. Dopo aver percepito il malessere dell’opinione pubblica per quanto emerso dalle indagini della Procura di Milano, Abodi ha espresso un punto di vista netto. “La maglia azzurra è un onore, non un diritto – ha dichiarato il ministro dopo un incontro con il presidente della FIGC, Gabriele Gravina, e il presidente della Lega Serie A, Lorenzo Casini, durante un’assemblea della divisione femminile –. Devono indossarla i migliori, non solo per il comportamento sportivo ma anche per quello morale. Non si tratta di punire, ma di assumersi delle responsabilità”. Abodi ha poi aggiunto: “Portare lo scudetto dell’Italia sul petto è un privilegio enorme. Non possiamo permettere che si dia un esempio sbagliato o pericoloso. Le federazioni sono autonome nelle scelte, ma la mia è una posizione coerente con i valori dello sport”. Alle parole del ministro ha risposto prontamente l’Associazione Italiana Calciatori, per voce del presidente Umberto Calcagno: “Ricordo che l’articolo 27 della Costituzione sottolinea la funzione rieducativa della pena. Chi ha già pagato secondo la giustizia sportiva deve poter tornare a far parte a pieno titolo del nostro mondo. Paolo Rossi, al Mondiale del 1982, era reduce da una squalifica: fu reintegrato e rappresentò un valore aggiunto, sia sportivo che umano”. Calcagno ha poi ampliato la riflessione: “Il problema non è dei calciatori, ma di carattere generazionale. Riguarda tanti giovani, e per aiutarli servono campagne di sensibilizzazione efficaci, con il sostegno del governo. Bisogna coinvolgere anche le famiglie: se non si agisce prima dei 14-16 anni, spesso è già troppo tardi. Parliamo di ragazzi che soffrono di ludopatia, non di criminali. Per questo, la funzione rieducativa va non solo difesa, ma potenziata”.










